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Inviato da: Gabriele Salari
21/09/2009 0.00

Un carrarmato che esplode e dentro muoiono i soldati. Giovani che erano andati a fare la guerra e pensavano di tornare a casa dopo pochi giorni alle loro famiglie, le giovani mogli, i figli.
“Tenente, se può, chiami mia madre e le dica che sto bene” diceva il carrista.
Non sto parlando di quanto successo in Afghanistan ma del film “Lebanon”, vincitore a Venezia, che ho visto qualche giorno prima dell'attentato ai soldati italiani. Un film che descrive bene l'assurdità della guerra, la sua inumanità atroce. Interamente girato all'interno di un carrarmato e la guerra viene vista dalla lente del carrista, un giovane di leva che trema all'idea di sparare per la prima volta in vita sua a uomini innocenti spacciati per terroristi, a bambini e a polli e non più a bersagli. La fatale coincidenza tra film e realtà fa rabbrividire e nessuno potrà dire che la giuria di Venezia è stata influenzata dalla cronaca che è di poco successiva.
Altro film, di alcuni anni fa, che mi è tornato in mente ieri assistendo al matrimonio di cue cari amici è “Casomai”, riuscitissima descrizione di un matrimonio in una chiesetta di campagna con un prete alternativo. Il cinema, quando riesce a trasmettere storie vere e emozioni autentiche, assolve a un compito di interpretazione della realtà che purtroppo i media, tv in testa, non riescono più ad assolvere.

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