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Inviato da: Gabriele Salari
23/10/2009 0.00

Giorgio Diritti ci ha regalato ancora una volta uno splendido film. A prescindere se oggi pomeriggio vincerà o meno il Marco Aurelio, “L'uomo che verrà” che ho visto ieri alla Festa del Cinema di Roma rappresenta un'opera importante che non ti abbandona per molte ore dopo la visione.
Tratta, come si sa, della strage di Marzabotto, ma quello che ho molto apprezzato è il ritratto della gente di montagna dell'Appennino bolognese negli anni della guerra. Storie di miseria e dignità, di orgoglio e grande generosità. Dopo averci dato con “Il vento fa il suo giro” una panoramica delle Valli Occitane, questa volta scende in Appennino e il mio augurio è che si spinga ancora più a sud, nell'Appennino centrale dove tante altre storie ci sarebbero da raccontare.
Sempre con quel suo approccio, che deve un po' ad Ermanno Olmi, fotografa la vita quotidiana in maniera diretta, senza interferenze e pregiudizi. Anche un tema difficile come quello de “L'uomo che verrà” viene sviluppato senza retorica e con un uso sapiente dei personaggi che – per sforzo mimetico – parlano per buona parte del film in dialetto bolognese (ci sono i sottotitoli!) esattamente come nell'altro film parlavano occitano. Anche qui sono gli sguardi dei protagonisti che comunicano (viene in mente anche “Lebanon”, vincitore a Venezia) e in particolare una bambina, sordomuta, che vede tutto, registra tutto ed è costretta come successe a tanti bambini a crescere prima del tempo. Osserva sgozzare maiali e giustiziare persone, assiste a parti e a partigiani operati sul tavolo della cucina. Grazie Diritti, per un film che arriva...dritto...al cuore!

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