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Inviato da: Gabriele Salari
25/06/2010 0.00

Sono andato a vedere “Le Quattro Volte” sperando che assomigliasse a “Il tempo fa il suo giro” e un po' lo ricorda anche se qui siamo nel campo del documentario puro, quasi muto. Si sente solo il belare umano, umanissimo dei capretti e capisci perchè tanti di noi diventerebbero vegetariani se dovessero sgozzarli da soli.
Protagonisti del film, diviso idealmente in quattro parti sono: il pastore, le capre, l’albero, il carbone. I quattro elementi della natura, se volete.
E' un film fatto di silenzi e contemplazione (ricordate “Il Grande Silenzio”?), ma il tentativo secondo me è un po' troppo ardito. A Cannes è stato presentato nella Quinzaine des réalisateurs. Siamo nella Calabria più profonda,  tra mestieri antichi e forse quello che più affascina alla fine è quello del carbonaio, che lavora con fumi, forme e materie risalenti alle origini del tempo.
Le quattro volte del titolo alludono a una frase attribuita a Pitagora: «In noi ci sono quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra». Secondo questa teoria, l’uomo è insieme un minerale, un vegetale, un animale e anche un essere dotato di razionalità. La scena però più spettacolare è quella in cui il pastore muore e le capre si impadroniscono del paese. Surreale, coinvolgente, bucolico.
A me ha ricordato la lettura fatta tempo fa de “Il tempo delle capre” del macedone Starova Luan. Il libro evoca il periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, quando il nuovo regime, volendo creare una nuova classe di proletari, impone ai pastori di lasciare le loro montagne e andare ad abitare in città. Così la piazza grande di Skopje (dove è nata Madre Teresa), diventa tutta bianca, invasa dalle capre che i pastori rifiutano di abbandonare. Ma il Potere decide lo sterminio delle bestie. 

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