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Inviato da: Gabriele Salari
07/02/2011 14.53

Viviamo in una società in cui la brevità della comunicazione è stata assunta a valore supremo. Bisogna dire tutto in 20 righe, sfida affascinante, ma anche frammentazione della comunicazione. Se una volta scrivevo un articolo di 120 righe, ora mi viene chiesto un pezzo da 25, uno da 20 e tre da 12. Dov'è la differenza, direte voi? Beh, l'impossibilità di elaborare un discorso continuativo facendo delle concatenazioni tra eventi e pensieri. Doverlo sempre spezzettare comporta un impoverimento, una diminuzione dell'approfondimento. Si danno tanti flash, tante suggestioni, informazioni, un po' come se mandassimo una serie di sms al lettore, ma non si riesce ad andare a fondo su un unico argomento. I giornali riflettono quindi la comunicazione in Internet, fatta di post di 20 righe, quanto cioè entra in una schermata del pc. Si assiste come a una unidimensionalità della  comunicazione. E anche se mi metto a scrivere poesie, sento dentro di me che a 20 righe inderogabilmente devo fermarmi. Ma non è questa brevità un'autocensura che ci poniamo?
“20 minutes” è stato uno dei primi giornali free press in Francia e ora siamo arrivati al “giornale in 5 minuti”, come propone uno dei maggiori quotidiani italiani nell'ultima pagina. Finiremo per accontentarci di un giornale fatto di titoli, foto e didascalie. Per gli articoli non c'è più posto!
(Il disegno è di Roy Lichtenstein)

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