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Inviato da: Gabriele Salari
15/10/2011 11.46

Chi arriva in Friuli da Longarone entra subito nella storia di una dei maggiori disastri naturali provocati dall'uomo della storia italiana. Il 9 ottobre 1963, la frana che da monte Toc precipitò nel Vajont fece 2.000 vittime. Si sta preparando il cinquantenario. Oggi l'intera vallata è inclusa nel parco naturale delle Dolomiti Friulane. Sono stato questa mattina a Erto, perché sono in giro sulle Alpi per un libro che sto scrivendo.
È un bel paese ancora in gran parte abbandonato come se il Vajont fosse stato ieri, ad animarlo ci pensa solo la personalità di Mauro Corona, alpinista e scrittore, scultore e cantore di questi posti.
In questo fine settimana si sono riuniti qui tanti scultori del legno che scolpiscono le loro opere in piazza, non è male osservarli. Stamattina, con la temperatura attorno allo zero erano lì a scalpellare.
Un signore ha scolpito uno gnomo che legge un libro e una scritta che dice “Ministro, perfino noi ogni tanto ci nutriamo di cultura!”.
Al centro visite si può visitare una mostra sulla tragedia anche per ricordare come l'intervento dell'uomo, con la costruzione della diga in un'area già geologicamente instabile, ha favorito il distacco di quella terribile frana. Tante fotografie dell'epoca e anche la spiegazione scientifica di quanto avvenne.
Curiosamente a pochi chilometri di distanza, al termine del mio itinerario in Val Cellina, nella valle del torrente Susabeis, si possono vedere invece i segni della faglia dove si sprigionò l'energia del terremoto del Friuli del 1976. Si tratta di un geosito e, infatti, le rocce testimoniano che siamo al confine tra la placca continentale e quella africana. Non è difficile anche trovare dei fossili marini nei massi di roccia bianca. Un disastro naturale imprevedibile non lontano da uno provocato invece dall'uomo come quello del Vajont.r

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