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Inviato da: Gabriele Salari
04/11/2011 7.48

C'è tra le tante emergenze, oltre a quella economica e morale del nostro Paese, quella del paesaggio. Le alluvioni recenti ce lo mostrano bene. Scriveva Michele Serra su “Repubblica” a proposito di quanto accaduto alle Cinque Terre: “È come se l'Italia fosse divisa, a macchia di leopardo, in due differenti Paesi: uno sopra il quale accanirsi a oltranza, quello edificato (ben più esteso di quello edificabile). L'altro da abbandonare al suo destino, quello agricolo, ex agricolo e boschivo, quello che non promette lucro a breve o medio periodo, quello che si pretende esista e resista senza che lo sguardo e le cure dell'uomo lo considerino. E si vendica vomitando fango, mangiandosi il reticolo di fossi che lo innerva e lo preserva, smottando, affogandoci come formiche”.
Prosegue Serra: “Nel frattempo, proprio mentre il terreno perde forma e l'uomo smette di progettarlo e proteggerlo (i due verbi, oltre che assonanti, sono in questo caso quasi sinonimi...), la tropicalizzazione del clima aggrava gli effetti dell'incuria. Lunghi periodi di siccità (a Nord Ovest non pioveva da tre mesi...) induriscono il terreno, specie quello incolto, gli impediscono di trattenere l'acqua assorbendola. Buon senso e buona politica vorrebbero che la sola Grande Opera che l'Italia riconosce urgente, vitale per il suo futuro, è il governo del territorio, la messa in sicurezza di tutto ciò che scivola, frana, si sgretola. I drenaggi, la pulizia dei fiumi e dei greti, il rinforzo degli argini (in Liguria se ne sono visti friabili come grissini), la manutenzione dei fossi che sono il minuto, umile sistema venoso della terra: ecco qualcosa di dettagliato e insieme enorme, "local" e "global" nello stesso tempo e nella stessa fotografia aerea, che cambierebbe in meglio non solo lo stato fisico del paese, ma le sue condizioni psicologiche, la percezione di se stesso come è veramente, metro per metro, valle per valle, paese per paese, bosco per bosco”.

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